Intervista a Federico Di Carlo (Mental Coach GPTCA)

Dottor Di carlo, ha l’ onore di far parte dell’ associazione dei coach mondiali di tennis di alto livello Global Professional Tennis Coach Association,che e’ un’associazione che si occupa del perfezionamento dei maestri di tennis attraverso la loro continua formazione, l’interazione ed i contatti in rete.
Le chiedo il livello di preparazione dei coach italiani e’ pari a quella dei colleghi mondiali , ed e’ soprattutto riconosciuta come valida, nonostante il tennis non e’ stato mai lo sport primario in Italia ?

In Italia ci sono molti coach estremamente validi (e questo gli è riconosciuto a livello globale) che lavorano a livello professionale altissimo con tennisti e tenniste di elite. Sono coach che spesso hanno avuto formazione all’estero ed hanno avuto la possibilità di imparare, confrontarsi empiricamente con ambienti in cui il coaching e soprattutto la cultura sportiva è molto più avanti che in Italia. Dal momento che il tennis non è lo sport primario in Italia manchiamo spesso di tradizione, cultura ed anche di una scuola tennistica propria che siamo costretti ad importare da altri paesi. Siamo invece bravissimi esportatori di cultura calcistica.

Leggo dal suo curriculum che lei e’ un Mental Trainer. Ci puo’ spiegare in grandi linee, su quale approccio con l’ atleta si sviluppa il suo lavoro e perche’ nello sport moderno, non solo nel tennis e’ cosi importante avere un professionista come Lei., al proprio fianco?

Partiamo innanzi tutto della differenza tra mental trainer e mental coach perché generalmente l’approccio con l’atleta è diverso. Il coach, il counselor e lo psicologo mantengono spesso in ambiente sportivo un approccio direttivo che riguarda in particolar modo i processi percettivi di carattere soprattutto cognitivo ed emotivo. E’ un lavoro che viene fatto eminentemente in aula, in ufficio.Lo sportivo, al contrario di ciò che avviene nella vita reale della moltitudine, usa il proprio corpo come strumento di lavoro. Ha dunque una sensazione molto più elevata del proprio corpo. Più che delle sue percezioni (aspetto cognitivo) si fida ancor di più delle sue sensazioni (aspetto fisiologico). Inoltre a parer mio, il lavoro mentale deve essere fatto in situazioni quanto più simili al contesto in cui l’atleta dovra rispondere alle sollecitazioni reali. E ciò richiede pratica ed allenamento mentale. Io trascorro moltissimo tempo in campo con gli atleti (non solo tennisti perché mi occupo anche di altri sport). In tutti gli sport ci sono 4 dimensioni: tecnica, tattica, atletica e mentale. Sono tutte parimenti importanti per lo sviluppo ed espressione della potenzialità di un atleta. E la formazione di uno sportivo deve procedere attraverso l’allenamento parallelo di tutte e 4 gli elementi. Spesso ci sono maestri e coach che hanno anche delle competenze negli aspetti mentali. Ma in uno sport specialistico come il tennis è necessario che ognuno sia iper specializzato nella sua materia e dia il suo apporto sotto la supervisione di di un coach-maestro che diventa team manager.

Nel suo libro “Il cervello tennistico. Come la mente influisce sui tuoi risultati” , oltre a dispensare consigli utili su come far funzionare al meglio ed incentivare le connessioni corpo-cervello, mi ha stupito la sezione riguardante come sfruttare al meglio la parte creativa del cervello. Questo aggettivo creativo mi ha conquistato ed appassionato. A livello agonistico e’ proprio la parte mentale che fa la differenza sul campo ?

Spessissimo l’immagine del coach in Italia è quella del formatore/educatore in cui fornisce ed elargisce il proprio sapere e le proprie competenze. In questo siamo pedagogicamente secoli addietro alle contemporanee conoscenze pedagogiche. Il nostro cervello ha delle potenzialità incredibili ma spesso vengono ridotte drasticamente ad una enorme memoria da riempire all’inverosimile!!!! La storia insegna che nessun campione di questo sport ha fatto percorsi standardizzati. Sono tutti percorsi umani e sportivi estremamente personali. Ed è per questo motivo che il coach deve dare in modo che esca la creatività dell’atleta. E’ solo in questo modo che l’atleta esprime la sua personalità, il suo carattere, la sua autonomia. E quando sul campo si gioca ad armi pari dal punto di vista tennistico, sono proprio queste le caratteristiche che fanno la differenza.

 

Il mio sito e’ rivolto ad un pubblico di amatori, i cosiddetti giocatori di club,  ma anche a quei giocatori piu’ in gamba che cercano delle dritte giuste. Anche io nella mia storia che ho raccontato, (chi sono ndr) ho descritto come dopo anni di sport di squadra mi sono avvicinato al tennis che e’ uno sport individuale e da subito mi sono reso conto che non e’ solo uno sport ma e’ anche un viaggio interiore dove difficilmente si puo’ scappare, ma si deve guardare in se stessi per gettare “il cuore oltre la rete”.
Ovviamente tutto limitato ai campetti di periferia , ma puo’ dirmi un piccolo segreto per cercare di divertirsi ed evitare di far subentrare l’ ansia da prestazione.

Le dinamiche che occorrono negli sport di squadra sono assai diverse da quelle che occorrono negli sport individuali. Ma le posso dire che non ci sono prospettive più facili o difficili ma soltanto un modo diverso di percepirle. Ho avuto atleti/e che non sono riusciti ad esprimere il loro potenziale nel tennis e che sono invece riusciti/e ad esprimersi benissimo in sport di squadra ma mi è anche capitato il contrario. A causa delle loro differenze, io consiglio spesso ai genitori di far praticare ai loro figli sia uno sport di squadra che uno individuale. In entrambi i casi, comunque è un percorso personale prima che sportivo. In tal senso, per esempio, “l’ansia da prestazione” non esiste. Esiste una prestazione, che in se e per se è neutra, è una situazione (un punto, un game, una partita, un torneo ect.).  Esiste poi una percezione di questa prestazione. Può essere ansia, può essere entusiasmo, può essere gioia, può essere paura, terrore, divertimento etc. Siamo noi che scegliamo la percezione e la sensazione con cui vogliamo affrontare la situazione. Il problema è che spesso tendiamo ad automatizzare il modo in cui percepiamo certe situazioni. E per tanto è necessaria una Ri-educazione o comunque re –imparare a dare un valore diverso all’esperienza del giocare a tennis.

Ci puo’ dire se ha mai lavorato con qualche professionista affermato e magari raccontarci qualche aneddoto particolare e simpatico che li riguardi?

Di aneddoti strani e particolari sui tennisti da raccontare ce ne sarebbero bizzeffe. In particolar modo sono legate alle loro superstizioni. Da chi gioca con i medesimi calzini per tutto il torneo, a chi non si taglia la barba dal primo giorno di tabellone, a chi usa sempre lo stesso colore per i grip a chi prende lo stesso taxi per andare al circolo. Sono cose che prese in se sembrano curiosità e fanno sorridere ma che dal punto di vista specifico mentale celano l’esigenza del tennista di potersi aggrappare a qualcosa che gli dia fiducia anche se è irrazionale. Il risultato non è controllabile ma il tennista sente l’esigenza di credere che lo sia. I tennisti sanno che la superstizione non funziona però decidono lo stesso di crederci.

Nel suo libro The Tennis Brain: A Neuroscientific Perspective on How the Mind Influences Performance”  parla del “dramma sportivo” che alcuni atleti vivono dopo una sconfitta. Perche’ il nostro cervello, ha difficolta a metabolizzare la sconfitta ed ammettere la manifesta superiorita’ dell’ avversario?

Grazie per questa domanda. Il nostro cervello in se non ha alcuna difficoltà a metabolizzare la sconfitta. Siamo noi e la nostra cultura che non lo educhiamo a farlo. Ci pensi bene. Cosa ci fanno vedere in tv? Le immagini, le clip e le top ten dei migliori colpi, degli atleti vincenti oppure degli errori e degli atleti perdenti? Viviamo in una società in cui passa sempre più spesso il concetto di win or die, vinci oppure muori. I nostri ragazzi crescono in una società che propone l’assioma che o sei il vincitore del torneo, o sei il primo della classe o sei miss Italia oppure non sei nessuno. I nostri ragazzi imparano ad associare il risultato sportivo al loro valore personale. E come vuole che la prenda un tennista dopo una sconfitta, cresciuto/a con questo tipo di educazione? La prende come se fosse un fallito/a!!!! Ci pensi un attimo. Incontra un tennista che ha appena terminato di giocare. Quale è la prima domanda che gli fa? Ci pensi un attimo. Gli chiede forse se si è divertito? Gli chiede se ha servito bene, o come ha risposto? Gli chiede forse se in campo si è mosso bene? No, niente di tutto questo. Chiede punteggio e risultato. Non c’è da meravigliarsi se un tennista cresciuto in questo contesto consideri la sconfitta un dramma sportivo.

 

Per noi amatori, i nemici giurati sono i cosiddetti regolaristi o pallettari. Personalmente trovo difficolta’ ad aspettare la’ il momento giusto per sferrare il colpo giusto al primo cedimento del mio avversario e per “la fretta” di concludere spesso incappo in errori gratuiti..chiedo aiuto al professionsita Di Carlo..cosa posso fare ?

Ognuno porta sul campo da tennis cio che sa fare meglio. Il famigerato pallettaro porta con se il suo ritmo e la sua regolarità. Se vuoi batterlo l’opzione più immediata è che devi essere regolare ad un ritmo più alto. Ma una regola del tennis è che più la palla è lenta e più necessita velocità di gambe per poter togliere tempo e campo all’avversario. Il problema è che a livello amatoriale spesso la preparazione atletica è molto approssimativa e mantenere un ritmo più alto per molto tempo diventa infattibile. Bisogna allora ricorrere anche ad un altro espediente: farlo uscire dalla sua zona di comfort; ovvero farlo venire a rete, giocare palle corte, variare il ritmo, attaccare in controtempo etc.

Ho letto il libro “Giocare sporco” il famoso tomo di Brad Gilbert, dove molti dei consigli dell’ex giocatore di tennis professionista, si basano sul guardare gli atteggiamenti del proprio avversario e cercare di esasperare questi fino a portarlo all’ estremo.
Le chiedo, e’ piu’ giusto concentrarsi sui propri processi mentali o si sente di sposare in pieno i consigli di Gilbert e intraprendere spesso una “guerra psicologica” con l’ avversario

Non mi piace pensare che in campo si consumi una “guerra psicologica” anche perché in guerra si chiamano nemici e non avversari. Mi piace pensare che dall’altra parte della rete ci sia un giocatore che vuole vincere esattamente come lo voglio io e che fa di tutto per mettermi in difficolta allo mio stesso identico modo. Ed ogni volta che trovo un degno avversario ho la possibilità di andare oltre i miei limiti e pertanto dovrei ringraziarlo. Premesso questo penso all’avversario solo per cio che riguarda la pianificazione ed esecuzione tattica della partita. Per il resto il mio focus è su me stesso ed al mio gioco e di come posso sfruttare al meglio le debolezze dell’avversario.

 

Cosa bolle in pentola nella cucina del Dott.re Federico Di Carlo? Progetti futuri, ha intenzione di creare una sua scuola di professionisti del settore?

Il mio progetto è quello di creare una accademia mentale. Spesso nelle moderne accademie c’è la presenza di uno psicologo dello sport o chi per esso. Ma l’accademia sportiva non è il setting migliore per un lavoro che è si tecnico ma è anche estremamente personalizzato ed umanistico. A differenza di cio che accade nelle altre tre macroaree  (tecnica, tattica ed atletica) che sono molto sportivo specifiche, la parte mentale ha a che fare con tutto l’atleta, considerato organicamente come essere umano. E per recuperare tale dimensione un presupposto essenziale è che bisogna lavorare su equilibrio e serenità. E’ per questo motivo che ho intenzione di creare una accademia dedicata esclusivamente alla parte mentale in un posto unico dove l’atleta può lavorare sul suo benessere psico fisico. Sara’ un lavoro di collaborazione e di scambio con le maggiori accademie a livello europeo e mondiale. Nel progetto è incluso anche la formazione di chi si vuole specializzare nel mondo del mental training.

Domanda di rito. Il tennis e’ lo sport del diavolo?

Risata. Per alcuni lo è perché cosi gli è stato insegnato. E potrebbe seguire una lunghissima serie di motivazioni atte ad argomentarlo. Ma è solo una percezione. Mi hanno insegnato ed ho imparato ad apprezzare e considerare il tennis lo sport più bello ed interessante che ci sia!!!!

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