Intervista a UMBERTO LONGONI

Devo essere sincero, ci sono state molte volte in cui, in preda allo sconforto, stavo quasi per mollare e rincunciare a giocare a tennis .
Troppo difficile, troppi errori e poi la palla sempre in rete!
Molte volte perdevo il focus di quello che stavo facendo, ossia volevo solo divertirmi.
In realta’, pero’, mi accorgevo che scendevo in campo e invece di fare quello che avevo imparato, rivarsavo su una piccola pallina gialla la mia frustrazione e/o il mio stress.
Altra nota dolente e’ stato il mio approccio a qualche torneo amatoriale dove mi e’ capitato piu’ volte di entrare in campo ma di sentire la testa vuota e le gambe tremare, manco se dall’ altra parte delle rete ci fosse stato Nadal.
Inoltre durante il match ho potuto constatare il “famoso braccino”, figlio di poca esperienza ed attitudine ai “match che contano” a differenza delle amichevoli tra amici.

Purtroppo mi sono presto reso conto che il tennis e’ per il 90% una questione di approccio mentale, ahime’!

Cosi ho avuto l’ opportunita’ di scambiare qualche battuta, su questo argomento, con il Dottor Umberto Longoni, psicologo,sociologo e scrittore di molti libri sul “mental coach”, a voi la mia intervista:

 

Nel corso della mia esigua esperienza tennistica ho giocato contro diverse tipologie di giocatori:
a livello amatoriale, dove incontri molto autodidatti, ho trovato maggior difficolta’ a giocare contro i famosi pallettari, i muri, i metodisti, ossia quelli che rispediscono tutto aldila’ della rete con palle senza peso. Ovviamente ho perso perche’ mi sono spazientito e cercavo subito di interrompere il ritmo sparando “missili” per sfogare la mia frustazione.
Per questo le chiedo: come si vince contro i famosi pallettari?

C’è un tipo di tennis considerato la faccia vigliacca di questo sport: si tratta della dimensione verticale, quella dei pallettari con i loro “pallettoni” per intenderci, o quello dei “rematori” a oltranza : che rimettono oltre la rete palle come stracci. Tanti, di fronte a tali avversari, storcono il naso: “Non è tennis!” si lamentano. Già tale modo di pensare è di per sé perdente: perché si finisce per affrontare pallettari e rematori senza convinzione, con frustrazione o rabbia oppure con inutili atteggiamenti di superiorità. Secondo me, invece, pur essendo un estimatore del bel gioco ( adoravo il serve & volley di Edberg) tutto è tennis: anche colpire la palla con il manico per chi è così in gamba da riuscirvi. Certamente é più appagante un altro tennis: purché però sia redditizio e si sia in grado di contrastare quello brutto. Se un giocatore possiede colpi esteticamente perfetti ma regolarmente perde contro chi sappia soltanto “remare”, e se poi contro i pallettari non solo “va sotto”, come si dice in gergo, ma si abbandona ad autentiche crisi di nervi ( come a volte succede), allora si può considerare forte? Potrebbe diventarlo se cambiasse atteggiamento. In fondo ognuno gioca come sa e come può. Quindi quando si incontra qualcuno che non sa fare altro che remare o pallettare è sbagliato pretendere che cambi e improvvisi un tennis bello e teso, per fare piacere all’avversario e lasciarlo vincere. Chi é davvero bravo allora deve dimostrarlo riuscendo a trovare soluzioni in campo anche quando incontra qualcuno in possesso di un tennis brutto e fastidioso.
I consigli sono i medesimi che do nel mio libro “Il tennis e l’arte di allenare la mente” ( FrancoAngeli ed.). Ovvero:

  1. armatevi di infinita pazienza;
  2. quando incontrate un pallettaro anziché storcere il naso, provate a batterlo, con la curiosità e il gusto di trovare contromisure al suo gioco sfibrante;
  3. non perdete tempo ed energie mentali continuando a protestare dentro di voi, pensando: “Questo non è tennis!”;
  4. affrontate il match non come fosse una sfortuna ma alla stregua di una prova da superare per migliorare tecnicamente, strategicamente e soprattutto mentalmente;
  5. non adeguatevi al suo gioco, a meno che siate anche voi artisti del pallonetto e della remata da fondo. Cercate con calma le possibili soluzioni: senza pretendere di tirare fuori dal cilindro colpi eccezionali;
  6. provate ogni tattica prima di gettare la spugna;
  7. evitate assolutamente di trovare come alibi, a un’eventuale sconfitta, il tennis brutto dell’avversario: perché un vero giocatore deve sapere affrontare e contrastare qualsiasi tipo di tennis.

 

Chi sono i due campioni , ATP e WTA , che gestiscono meglio l’ansia da perfomance ?

Non potrei citarne soltanto due. Tutti coloro che arrivano nei top-ten sono mentalmente forti. Nel tennis di oggi è infatti impensabile che potenza e talento siano sufficienti a emergere ad altissimi livelli. Personalmente ho allenato mentalmente un top-five e so quanto sotto il profilo psicologico abbia dovuto prepararsi per sostenere certi match: preparazione che poi è emersa in campo. Dunque i nomi dei giocatori che gestiscono meglio l’ansia della performance sono gli stessi che troviamo nei primi posti delle classifiche. E’ scontato citare Roger Federer, Rafael Nadal, Andy Murray, Novak Djokovic. Tra le donne ora Simona Halep, ma mi impressiona anche la costanza nel rimanere sempre al top di Venus e Serena Williams.

In uno dei suoi libri famosi “Il Tennis e l’ Arte di Allenare la Mente”, parla di come approcciarsi al meglio ad una partita e come gestire gli eventi che si susseguono durante il match. Le chiedo essenzialmente la cosa piu’ veloce in questo mare magnum di situazioni: come si fa a dimenticare l’ errore commesso dopo un punto facile magari una volta scesi a rete?

Occorre sviluppare una mentalità da professionista, anche se si è giocatori di club, se davvero si vuole migliorare gli atteggiamenti in campo e il proprio modo di pensare: soprattutto quando certi pensieri influiscono negativamente sulla prestazione. Nel caso dell’errore banale, ad esempio, osserviamo i professionisti: succede anche a loro, nonostante macinino infinite ore di tennis. Come si comportano? Non si stupiscono e non perdono assolutamente la calma ( salvo rare eccezioni!) perché sanno che sbagliare fa parte del tennis. Oltretutto sono consapevoli del fatto che spesso la palla cosiddetta “facile” è la più difficile perché fare punto diventa scontato e quindi nel colpire una palla così vi è sempre il pericolo di perdere attenzione e concentrazione. Dunque un suggerimento per dimenticare l’errore banale è quello di convincersi che spesso la palla facile è la più insidiosa. Niente di male se la si sbaglia: capita anche ai campioni.

Domanda di rito: Il tennis e’ lo sport del diavolo?

Mi pare che tale azzeccatissima definizione si debba ad Adriano Panatta e assolutamente concordo se intendiamo che il tennis sia spesso sport “diabolico” per le trappole (di ogni tipo e soprattutto mentali) che tende, per i possibili ribaltamenti di risultati, perché fino all’ultima palla non è finito e dunque non si può stare tranquilli nemmeno conducendo un match 6-0, 5-0. E’ poi sport del diavolo perché spesso fa emergere i punti deboli, o i lati peggiori, di personalità di chi lo gioca e tutte le sue insicurezze o problematiche, normalmente “mascherate” o sommerse nella vita di tutti i giorni. Infine è sport del diavolo perché non ha “pietà”: in qualsiasi torneo vi sarà un solo vincitore. Ricordo, infine, una banalità che però risulta inquietante: non esiste pareggio, o si vince o si perde.

 

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